23 marzo 2018

Pasqua in Umbria, tra colline e borghi, per gustare la primavera

Un itinerario fatto di silenzio e atmosfere medievali. Un viaggio tra sapori di una regione che si svela a ritmi lenti. Da Perugia a Gubbio fino a Orvieto. Attraverso il "cuore verde d'Italia", alla scoperta di tradizioni e riti millenari



Un’insolita Umbria da esplorare nelle Feste, salutando la tanto attesa primavera. Collinare e montuosa, adagiata tra Toscana, Lazio, Abruzzo e Marche, è la terra dei borghi. Alcuni molto noti – come Gubbio o Norcia, che, sebbene colpita dal terremoto, si sta rialzando e va aiutata (anche) con il turismo – ma anche molti meno conosciuti, ben conservati dalle mura che li proteggono. E l’Umbria è anche terra di grandi prodotti enogastronomici, come il Sagrantino di Montefalco DOCG e l’olio extravergine d’oliva Dop Umbria. Non è un caso, se questa terra di arte e spiritualità è anche molto amata dai viaggiatori per il suo lato goloso. Ecco perché vale la pena organizzarsi un tour last-minute per trascorrere la Pasqua in Umbria.

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Di Maria Teresa Melodia
mariateresa.melodia@gmail.com

02 marzo 2018

Maldive, dove l’inverno è (sempre) più blu

Un sogno che diventa realtà in nove ore: si accorciano le distanze con un volo diretto Roma - Malè, che catapulta in un paradiso tropicale, con spiagge di talco, acque cristalline e paesaggi tutelati dall'Unesco. Dove fare un giro in mare su un dhoni, bersi un lomi lomi, praticare yoga anti-gravity e concedersi trattamenti ayurvedici nelle Spa. Tra resort di lusso con bungalow, ville private ma anche guest house in villaggi autentici




Con l’inizio del 2018, le Maldive hanno visto crescere la loro instabilità politica: frequenti manifestazioni di protesta nella capitale e frizioni tra le istituzioni (arrestato l’ex presidente Maumoon Abdul Gayoomil e due giudici della Corte suprema) hanno portato, il 5 febbraio scorso, alla proclamazione dello stato di emergenza che introduce un coprifuoco a Malé. Tuttavia, sono da evitare solo i soggiorni nella capitale: i resort sugli atolli non sono stati coinvolti dalla crisi e si mantengono buone le condizioni di sicurezza. Si consiglia comunque di verificare in tempo reale la situazione nel Paese consultando il sito della Farnesina viaggiaresicuri.it

Un proposito da bucket list? Ritrovarsi immersi nell’azzurro che si confonde tra cielo e mare, avvolti da un tepore estivo quando in Italia è ancora inverno. In pratica, andare alle Maldive almeno una volta nella vita. Dall’aereo appaiono come bolle in mezzo al mare, lingue di terra disseminate in 90.000 chilometri quadrati: per l’esattezza sono 27 gli atolli che racchiudono 1.192 isole coralline nel mezzo dell’Oceano Indiano, a circa 700 chilometri dallo Sri Lanka. Circa 200 di queste isole sono abitate, mentre un centinaio è occupato da villaggi turistici. E stando agli ultimi dati annuali diffusi dal Ministero del Turismo maldiviano, questi atolli sono molto gettonati tra gli Italiani: nei primi sei mesi del 2017 si è verificato un vero e proprio “boom” dall’Italia, con un +26% di ospiti rispetto all’anno precedente. Una crescita seconda solo a quella del turismo dalla Russia e dalla Cina.

Un lusso chiamato desiderio
Così dopo nove ore di volo (con il volo diretto Roma-Malé di Alitalia) il sogno si materializza: negli zaini entrano i piumini, l’aria calda non è più una chimera e in mezz’ora di motoscafo da Malé, dove si concentrano 150.000 abitanti, si arriva, tra i tanti alloggi di lusso tra cui scegliere, al Four Seasons Resort Maldives di Kuda Huraa, nell’atollo di Malè Nord. Ed è subito chiaro perché tutti ritengano le Maldive un paradiso: si vive a pelo d’acqua, tra palme e gradazioni infinite di blu, a una temperatura media tra i 26 e i 30 gradi, con un alto tasso di umidità che si contrasta con piacere, trangugiando lomi lomi, bevanda rinfrescante a base di zenzero, succo di lime, miele e acqua. È questo il benvenuto del resort dove si incontrano tante delle culture – da quella africana a quella del sud-est asiatico fino a quella indiana – che popolano queste acque “bagnate” da terra. Sì, perché l’80% delle Maldive si trova a poco meno di un metro sopra il livello del mare. Sono infatti la zona di mondo più a rischio per gli effetti del riscaldamento globale.

Una bellezza da preservare
Un paradiso, quindi, dall’ecosistema fragile la cui scomparsa devasterebbe la pesca e il turismo, le uniche vere risorse del paese. A Kuda Huraa, dove si dorme in bungalow con piscina costruiti su palafitte o ville affacciate sull’Oceano, il tempo rallenta. Basta poco: una visita al Marine Discovery Center, dove vengono accudite tartarughe di diverse età, bagni e relax tra la spiaggia bianchissima e The Island Spa, un’area incantevole dedicata ai massaggi e raggiungibile con un dhoni, la tipica imbarcazione locale. Accanto alle tartarughe, attenzione costante è prestata anche ai coralli, che a causa dello sconvolgente tsunami del 2004 e poi della corrente calda El Nino sono stati distrutti e sbiancati. Tra le escursioni da fare? Vi consigliamo una gita in barca, dove, con un po’ di fortuna e pazienza, si viene circondati da amichevoli delfini alla luce del tramonto. Uno spettacolo davanti al quale non sorridere è peccato mortale.

Nella riserva Unesco
In idrovolante si arriva in mezz’ora alla seconda proprietà Four Seasons, Landaa Giraavaru,  nell’atollo di Baa. E la meraviglia cresce. Qui le dimensioni dell’isola sono molto più estese, la vegetazione ti avvolge e puoi scoprire piante come la plumeria, detta anche frangipane, i cui fiori profumati e colorati affascinano i sensi. Esclamare “wow” è una delle reazioni più diffuse: basta una passeggiata lungo la distesa di sabbia bianca, ma anche assaggiare un frutto tropicale o anche solo alloggiare in una delle ville con affaccio privato sul mare. Si gira in bicicletta nella natura, davvero incontaminata: a Baa c’è un’oasi tutelata dall’Unesco come riserva mondiale della Biosfera. Il resort ospita il grande Marine Discover Centre, che svolge una vera e propria funzione didattica raccontando il lavoro di biologi e ricercatori a tutela di tartarughe, mante e non solo.
Del pacchetto relax della Spa fanno parte, oltre i massaggi con oli essenziali e pressioni rinvigorenti che si svolgono in mezzo all’oceano, anche lezioni di Anti Gravity Yoga su speciali amache che vi fanno capovolgere come pipistrelli. C’è anche un’area dedicata all’Ayurveda, l’antica scienza indiana per vivere bene e in salute grazie alla combinazione di trattamenti ed esercizio fisico. E alla sera? Si cena mangiando cucina internazionale, che può spaziare dall’italiana a quella thai, saporita e gustosa.

E nell’isola privata
Se tutto questo non vi sembrava abbastanza, c’è di più. Nell’atollo di Baa, vicino a Landaa Giraavaru, c’è un’isola privata con mega villa, sempre marchiata Four Seasons: Private Island at Voavah, per un massimo di 22 persone, alla ricerca di privacy e disposte a pagarne le spese nel vero senso della parola.

Non solo resort di lusso
Non perdete, però, l’occasione di un contatto con la realtà locale, popolata da donne minuscole e uomini esili. Sono i silenziosi lavoratori dei grandi marchi degli hotel di lusso. Se infatti i costi delle strutture che vi abbiamo raccontato sono sicuramente alti, sappiate che c’è anche un altro modo per vivere le Maldive, senza dilapidare il conto corrente: potete per esempio scegliere di alloggiare nelle guest house che si trovano sulle isole dei pescatori. Ricordatevi solo che sulle spiagge pubbliche delle Maldive è vietato prendere il sole in costume: siete infatti in un Paese musulmano, quindi assicuratevi che il vostro alloggio abbia una spiaggia privata.

Al villaggio maldiviano
Vicino a Kuda Huraa si trova ad esempio il villaggio di Bodu Huraa, dove è possibile avere uno sguardo sulla vita, vera, locale, tra immense mangrovie, scuole, costruttori navali e pescatori. Camminando tra le modeste case colorate ci si imbatte in botteghe artigiane dove si fabbricano i souvenir venduti a peso d’oro ai turisti, negozietti vari e una moschea. Arrivare qui dopo il lusso dei resort è come uscire da una bolla per incontrare una realtà affascinante, ma estremamente semplice, al limite della miseria, dove le contraddizioni saltano all’occhio. La spinosa questione è stata anche raccontata dal libro Tra i jihadisti delle Maldive (Einaudi, 2017) di Francesca Borro, un saggio utile per approfondire la realtà maldiviana.
Da turisti, però, è innegabile dire che alle Maldive l’occhio si riposa, il corpo si ritempra e il tempo dilata. Che sia una gita in barca su un dhoni per una sessione di pesca nell’Oceano, o una nuotata con snorkeling incluso, alla ricerca di squali balena e pesci colorati. E anche il cibo è una piacevole scoperta, tra speziata cucina thai e un tripudio di pesce. Che scegliate il lusso o una sistemazione più economica, di notte alzate gli occhi verso lo stesso cielo per contemplare una stellata che vi ricorderete per un po’, complice il silenzio e l’aria calda che vi avvolge. E poi, riempitevi lo sguardo di “azzurro Maldive”. Senza filtri, né Photoshop.

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Di Maria Teresa Melodia
mariateresa.melodia@gmail.com

29 gennaio 2018

A Shizuoka, nel regno del tè verde giapponese

Tra Tokyo e Osaka c’è una valle culla di storie di esperienza e fatica, di rituali e segreti della terra. Qui vivono tradizioni millenarie legate alla coltivazione e al piacere del tè, arrivato per la prima volta dalla Cina nel tredicesimo secolo. Tra oceano e montagne con vista sul monte Fuji, un itinerario gourmand in questa prefettura poco conosciuta dagli occidentali



Avete mai provato a puntare lo sguardo su qualcosa di verde? Che sia un bosco, un prato o una piantagione di tè l’effetto è rilassante. Ed è proprio questa sensazione che rimane impressa di fronte alla distesa color smeraldo, che come un’onda abbraccia le dolci colline appena fuori da Shizuoka. Siamo nella città nell’omonima prefettura, sulla costa sud di Honshu, l’isola più grande delle quattro principali del Giappone, approssimativamente al centro del Paese, sulla costa del Pacifico bagnata dalla baia di Suruga. Poco turistica, Shizuoka, dalla forma stretta e allungata, è conosciuta per le sue piantagioni di tè verde: nella regione, viene prodotto ben il 40% della popolare bevanda. Vi troverete nel cuore di foreste di bambù e aranceti dove la cultura del tè nipponico risale al 1241, quando un monaco giapponese, Shoichi Kokushi, tornò dalla Cina e piantò nella sua provincia natale i semi della pianta che sarebbe diventata la maggior fonte di reddito di questa regione. Arrivare qui? Basta solo un’ora dalle più turistiche Osaka e Tokyo, grazie ai treni ad alta velocità Shinkansen Hikari. Lasciatevi alle spalle la stazione di Shizuoka e la zona più vivace per imboccare la Strawberry Beachline e immergervi in un panorama inatteso.


SULLA STRADA DELLE FRAGOLE, VERSO LE COLLINE CON VISTA SUL MONTE FUJI
Si chiama Ichigo-kaigan-dori ed è una statale, esattamente la 150, che da un lato costeggia l’oceano e dall’altro snocciola una sfilza di serre (visitabili) dove si coltivano fragole, specialità locale. In circa mezz’ora di autobus dalla principale stazione cittadina arriverete alla collina Nihonadaira, parco naturale nazionale che raggiunge un’altezza massima di 308 metri sul livello del mare. Proprio su queste alture, puntellate di ciliegi, piantagioni di tè e giardini di mandarino, si trova il Nippondaira Hotel, un’ottima base non solo per alloggiare ma anche per godere di uno dei 100 più bei panorami del Giappone. Da qui, oltre alla città di Shizuoka, si vede il porto di Shimizu, cittadina accorpata al capoluogo dal 2003, la penisola di Izu, la baia di Suruga e il Monte Fuji, il vulcano simbolo del Paese, alto 3.776 metri, che domina la pianura di Kanto.





UN AMBASCIATORE ITALIANO PER LA TERRA DEL TÈ
Proprio a Nihondaira c’è il quartiere dello Shimizu S-Pulse, la squadra di calcio dove ha giocato a fine carriera Daniele Massaro, ex punta del Milan, ancora molto amato dai giapponesi e oggi primo ambasciatore del tè verde di Shizuoka nel mondo. E come per il vino e per il caffè, anche dietro al tè c’è un’enorme cultura, oltre che un’abile e faticosa manodopera, che si tramanda di generazione in generazione: produttori e artigiani per i quali il tè è vita. È il caso di Jiro Katahira, 33 anni, che cura e governa con amore ettari di campi immersi nei silenziosi boschi sopra Shimizu. Katahira è uno dei volti che dedicano tempo e professionalità per creare un prodotto di altissima qualità, declinato in molte varietà (circa una ventina). Il più diffuso è il sencha, poi ci sono il pregiato gyokuro e il matcha, per chi ama un sapore più intenso. Qui si scoprono i segreti della degustazione: l’aroma di questa bevanda cambia a seconda della zona di produzione, della tostatura, ma anche della dimensione della foglia e della temperatura dell’acqua con cui viene filtrata. L’ideale sarebbe tra i 90 e i 60 gradi per circa 40 secondi di infusione. C’è davvero tutto un mondo verde da esplorare a Shizuoka: si ha l’opportunità di vivere esperienze come la raccolta delle foglie (da fine aprile a inizio ottobre), o la tradizionale cerimonia del tè, per poi visitare giardini, fabbriche, bar a tema. Un suggerimento? Fate pausa al Green Cafè  nella località di Shimizu. Un indirizzo dove potete gustare l’autentico tè verde in diverse varianti, ma anche vedere dal vivo la lavorazione che si svolge nello stabilimento accanto.



DALLA SPIAGGIA AL TEMPIO
Per una foto da cartolina, dovrete essere fortunati, poiché il venerato Fuji si fa scorgere solo nelle giornate più limpide. Ma ricordatevi che il Monte si può osservare da più vicino lungo la spiaggia di Miho no Matsubara, sette chilometri circondati da un’ampia pineta che un tempo erano coperti da una leggendaria sabbia bianca (citata anche nella leggenda di Hagoromo, opera di teatro giapponese). Oggi rimangono però solo piccoli ciottoli neri di origine vulcanica. Una breve ma interessante gita? Dalla cima della collina Nihonadaira prendete la funivia Nihondaira Ropeway che vi porta in pochi minuti al santuario Kunozan Toshogu, alle pendici del monte Kuno, a nordest del centro città. Visiterete un affascinante tempio scintoista del 1617, in stile architettonico gongen – zukuri. Si tratta di un’articolata costruzione dedicata a Tokugawa Ieyasu, l’uomo che all’inizio del XVII secolo ha fondato la dinastia dello Shogunato Tokugawa, inaugurando il Periodo Edo e anni di pace.

MANGIARE AL MERCATO DEL PORTO
All’antico porto di Shimizu, di notevole importanza commerciale per l’esportazione di tè, per il traffico merci e come luogo di attracco per alcune navi da crociera, potete avere uno sguardo pittoresco sulla città. Lasciandovi alle spalle la quiete della collina, qui vi potete imbattere nel Shimizu Uoichiba Kashinoichi, il mercato del pesce, affacciato sul mare. All’interno? Alcuni ristoranti dove mangiare piatti di don buri (una tipica scodella di pesce, carne, verdure o altri ingredienti lasciati bollire insieme e serviti sul riso), sgranocchiare edamame e bere una fresca birra. Appena la luce cala questo è il luogo giusto dove i locali vengono ad archiviare la giornata, tra risate, sorsi di whisky e sakè, ciotole di soba e tempura che copiose animano lunghe tavolate. Una dritta per pesce freschissimo? Salite al secondo piano della parte del mercato detta Maguroka, verso il ristorante Totosuke, noto per la sua superba selezione di tonno. Altro luogo che potrebbe interessarvi nei dintorni del porto? S-Pulse Dream Plaza, un grande centro commerciale. All’interno, oltre alla Dream Sky, una ruota panoramica di 53 metri, e un cinema, c’è lo Shimizu Sushi Museum dove si possono conoscere le origini del sushi, e la Shimizu Sushi Yokocho, una zona con tanti diversi ristoranti di sushi, con offerte per tutte le tasche fino al kaiten-sushi, il popolare fast food che serve sushi sul nastro trasportatore.




INCONTRI SOTTOVOCE E UNA CUCINA UNICA
In questa parte orientale del Giappone, composta e gentile, piccoli studenti, shougakusei, scorrazzano per le strade e gli anziani, qui molto numerosi proprio per lo stile di vista tranquillo e il clima mite, cavalcano comode biciclette. E poi, sapori e profumi si fanno notare grazie a una cucina raffinata caratterizzata da equilibrio di forme e colori, da assaporare tra le pareti di locali tradizionali, dove vige rigore estetico secondo la regola che anche ciò che si vede stuzzica l’appetito. Per questo, mangiare fa parte di un’esperienza culturale. Le specialità? Wasabi, che si narra sia stato scoperto a queste latitudini 400 anni fa, il già nominato tè verde, sushi, fragole, gamberetti Sakura, tonno e sakè di altissima qualità, ma anche colorato cibo di strada che potete scovare camminando con curiosità tra Shizuoka e Shimizu. Una bella atmosfera la trovate da Tsujimura (13-5 Tsushimacho Suruga-Ku, Shizuoka, +81 54-288-6122), una tipica ryoriya, locanda con pareti di carta di riso, dove gustare la cucina kaiseki, fatta di successioni di piccole portate molto curate nella presentazione a base di verdure, pesce e dolci deliziosi.




SHIZUOKA, CITTÀ TRA SPECIALITÀ GOURMET E MODELLINI
Se tornate in città, oltre a bighellonare per il centro pieno di negozi e vetrine, segnatevi alcuni indirizzi come la piccola gelateria Nanaya, specializzata in gelati e dolci aromatici prodotti usando il matcha (polvere di tè verde) coltivato a Fujieda, nella prefettura di Shizuoka. La particolarità? Potete scegliere il gelato al tè matcha, disponibile in sette livelli di intensità, il livello 1 è il più delicato. Ci sono anche sesamo, tè verde tostato e diversi gusti al latte. Altra chicca? Nell’area a sud della stazione c’ è la Shizuoka Hobby Square, una sala di esposizione di modellini di giocattoli, di vari produttori (tra cui la nota Bandai) con sede a Shizuoka, soprannominata tra l’altro “la capitale mondiale dei modellini”. Prima di ripartire, se avete tempo, fate un giro al Sumpu Park, parco pubblico a circa 800 metri dall’uscita nord della stazione di Shizuoka. Un tempo in questo luogo si ergeva un imponente castello, il Sunpu-jo, costruito nel 1585 su volere di Tokugawa Ieyasu. Oggi rimane solo il fossato pieno d’acqua attorno al parco, che accoglie il Momijiyama Japanese Garden, un piccolo giardino in stile giapponese diviso in zone, ognuna delle quali raffigurante un diverso paesaggio. Vi è annessa una piccola stanza dove viene celebrata la rituale cerimonia del tè. Da sapere, un dato interessante: le ultime ricerche dicono che il tè verde – antiossidante, energizzante, ipocalorico, ricco di minerali e vitamina C – fa molto bene alla salute. Insomma, una visita a Shizuoka potrebbe anche farvi ringiovanire.

Reportage pubblicato su Dove - Corriere della Sera





Di Maria Teresa Melodia
mariateresa.melodia@gmail.com

09 gennaio 2018

I 20 locali in cui ordinare le mezze porzioni per mangiare meno dopo le Feste

Una mezza porzione, per favore
Se, tra brindisi, intingoli e dolci, il tempo sospeso tra Natale e la Befana vi ha regalato chili di troppo, è giunto il momento di rimettere le cose a posto. La prima regola? Quella della moderazione che passa attraverso lo stratagemma della cosiddetta mezza porzione. Da adottare a casa, ricorrendo ai piattini da frutta, e al ristorante, dove le portate ridotte sono di moda. E’ iniziato tutto nel 2005, quando c'erano le tapas del ristorante stellato di Marco Stabile (Ora d’Aria) a Firenze.  E le mezze c'erano (e ci sono) anche a Milano, dal 2008, al Manna di Matteo Fronduti, vincitore della prima edizione del talent tv Top Chef Italia, grazie al quale, ci conferma, la sua clientela segna un più 100%.


Manna - Milano
«Qui le mezze porzioni pesano la metà di una normale, ovvero 35 grammi contro i canonici 70 e  ci sono dal primo giorno di apertura, nel maggio 2008». Un primato ribadito da Matteo Fronduti. I prezzi? Se una porzione costa 14, la mezza costa 8 .
I piatti: Tutto fumo - Spago, cima di rapa, rafano e aringa affumicata; Bistecchina?!?!, Reloaded - Bavetta di manzo, radicchio affumicato, miele di castagno e cipolla bruciata, Merenda Hardcore V.M. 18 - Cioccolato fondente, tabacco cubano e whisky torbato

Dinette - Milano
Se in città, nel 2016, si è tornati a parlare di mezze porzioni (e a consumarle) in parte è merito di questo locale. L’idea è nata, come ci racconta il titolare milanese Luigi Beretta, dalla memoria di convivialità tipica delle case di ringhiera della vecchia Milano, dove tra vicini si condividevano anche assaggi di piatti cucinati. Il menù? E’ curato dal pugliese Domenico Della Salandra, mentre la mano in cucina è del siciliano Raffaele Russo ed è doppio anche graficamente con “mezze del ballatoio” e intere. Modalità apprezzata, anche se all’inizio è stato un po’ difficile, come rivela Beretta, perché molti non capivano la proposta e rimanevano spiazzati. I prezzi? Da 3 a 12 euro.
I piatti: insalatina di pollo cotto a bassa temperatura, mandorle a scaglie, sedano, uvetta passa (in foto); tiepida di ceci, cime di rapa e sgombro; raviolo di ombrina (fatto in casa ) con concassè di pomodoro e basilico

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Di Maria Teresa Melodia
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18 dicembre 2017

10 dolci del Natale italiano: non solo pandoro e panettone

di Maria Teresa Melodia

Le feste natalizie ci ricordano quanto l’Italia sia sì un solo paese, ma pieno di sfaccettature gastronomiche, specie quando parliamo di dolci. Infatti, ogni regione ha la sua specialità. Da nord a sud ecco il nostro viaggio nella pasticceria del Natale, che non è fatta solo di Panettone e Pandoro. Siamo pronti per partire per un tour molto zuccherino, dove regnano la frutta secca e profumi speziati che raccontano storie lontane. Ci seguite?


Zelten – Trentino Alto Adige
È un pane natalizio preparato già nel Settecento con farina, uova, burro, zucchero, lievito, noci, fichi secchi, mandorle, pinoli e uva sultanina, ma può avere delle varianti dovute alla frutta che si preferisce. Lo trovate in Trentino e il suo nome di origine mitteleuropea deriva dalla parola tedesca “selten”, che significa a volte, proprio a ricordare che questo pane fruttato si prepara una volta l’anno, al rientro della messa di mezzanotte di Natale. Curiosità? Nella versione tirolese prevale la frutta, mentre in quella trentina è la pasta ad avere la meglio.

Pandolce genovese – Liguria
Non è Natale a Genova e dintorni se sulla tavola non c’è il pandolce. Le sue origini? Secondo la leggenda più diffusa affondano a quando Andrea Doria, doge nel XVI secolo, bandì un concorso tra i pasticceri di Genova per creare un dolce celebrativo della potenza genovese. Nacque così un dolce in linea con lo spirito marinaro: sostanzioso ma non deperibile in tempi brevi e in grado di durare nei lunghi viaggi per mare. Il pandolce è infatti una focaccia di pasta lievitata ricca di canditi e uvette, ma anche zucca candita, pistacchi e pinoli. Tradizione vuole che al più giovane della famiglia spetti il compito di portarlo in tavola con sulla sommità un ramoscello d’olivo o d’alloro, simbolo di fortuna; al più anziano, il compito di tagliare il dolce con l’accortezza di serbare una fetta per il povero che bussa alla porta e un’altra per il giorno di San Biagio (3 febbraio).


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Di Maria Teresa Melodia
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10 dicembre 2017

Babek Milano, il kebab all’italiana alle Colonne di San Lorenzo

E’ nato a marzo 2016 vicino alle Colonne di San Lorenzo, in una posizione di passaggio e non di passeggio, che piace ai residenti. In una stanza occupata per gran parte da un tavolone azzurro qui mangiate un panino preparato al momento davvero buono (8 – 12 euro; menu 10 euro). Dentro? Pecora, pollo, bovino o seitan e abbinamenti goduriosi. L’idea? Guarda al kebab, reinventandolo come suggerisce l’anagramma del nome (a Milano gli apripista sono stati quelli di Mariù, in viale Sabotino). Infatti, dietro al bancone, ricavato da persiane, niente döner, il caratteristico spiedo verticale, ma carne marinata per 24 ore, poi cotta a bassa temperatura e scottata alla piastra.



Che questo panino sia farcito di materie prime gustose ma anche sane ve ne rendete conto al primo morso, senza bisogno di snocciolare i produttori che ci sono dietro. Le novità dell’inverno si chiamano Babek Radical Chic-Ken (pollo ruspante, julienne di spianci, funghi pleurotus arrostiti, pancetta croccante e salsa babeli); Babek Pecora Nero (pecora bergamasca, lattuga romana, radicchio infornato, pecorino di Fossa, pepe e salsa yogurt); Babek Vegabondo (seitan speziato, lattuga romana, radicchio infornato, pleurotus alla piastra, semi tostati e harissa); Babek Slow (carne sfilacciata di Fassona piemontese, lattuga romana, cicoria ripassata e menta, strachitunt dop e maionese). Il consiglio è di partire da quest’ultimo. Volendo c’è anche la versione piadina. Altra novità di stagione? Potete scegliere il tipo di pane, oltre a quello rustico (con multicereali), c’è l’arabo e aggiungere una salsa (0,50 cent in più) a piacimento. Non mancano poi sfizi come panelle, arancine sbagliate (con zafferano e Lodigiano) e crocchè (euro 3- 3,50). Da bere ci sono birre artigianali, il vino libero (quello targato Oscar Farinetti) e bibite come gazzosa e limonata.


A chi dire grazie per il coraggio di aprire Babek? A Virginia (laureata in Scienze Gastronomiche a Pollenzo), Giulio, Gaetano e Pietro, quattro studenti palermitani trapiantati a Milano. Il bello, oltre al cibo e al servizio, che è nelle mani della graziosa Virginia, è l’ambiente che ammicca alla Sicilia con garbo e colore. E poi c’è l’accortezza di predisporre salviette profumate usa e getta e bidoni per la raccolta differenziata. Nota dolente? Manca il bagno. D’altronde, è sempre cibo di strada.

Babek, via del Torchio 3, Milano. Tel. 02 7209 5714

Recensione pubblicata su Puntarella Rossa



Di Maria Teresa Melodia
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24 novembre 2017

Val d’Orcia, tra cicloturismo filosofico, terme e shopping gourmand

Da San Quirico d'Orcia a Pienza, passando per Bagno Vignoni, centro termale unico al mondo, un itinerario nel Parco Artistico Naturale della Val d’Orcia, in provincia di Siena. In una terra da cinema, dove i cipressi seguono la bellezza del paesaggio, ci si può fermare per una pausa d'autunno. Qui, dove l'ozio creativo convive con il lavoro artigianale. Tra vino, salumi e formaggi, sguardi intensi e chiese antiche

"Festina lente" è il migliore augurio che possono farti prima di partire. La traduzione? Affrettati lentamente. Ossia? Agisci senza indugi ma con cautela. È un motto greco, tradotto in latino e attribuito dallo storico Svetonio all’imperatore Augusto. Un motto che con ostinata pazienza si adatta ai nostri tempi veloci ma anche a un weekend d’autunno in cui viaggiare, lentamente. È questo il ritmo, con cui lasciandosi alle spalle Siena o Roma, a seconda se si arrivi da nord o da sud, gli occhi cominciano a vedere righe diritte e ondulazioni, luci e linee che accarezzano e schiaffeggiano, specchio del temperamento toscano. Ecco la Val D’Orcia, patrimonio Unesco dal 2004, valle idilliaca puntellata di cipressi nella provincia senese che, guardata a vista dal Monte Amiata, sente gli influssi della vicina Umbria.

credits: Paolo Naldi


UNA VALLE FILOSOFICA, RIFUGIO SEGRETO DI PAPI E POETI
In questa terra defilata, al centro dell’Italia, molto accade e molto è possibile: camminare per la via Francigena, sfrecciare per la celebre Mille Miglia, montare in sella a una bici, d’epoca come quelle dell’Eroica, corsa storica o una più moderna, come suggerisce il prezioso libro di Athos Turchi intitolato La bicicletta e l’arte di pensare. Sì, perché in Val d’Orcia, tra strade bianche si fa anche cicloturismo filosofico, chiosando il sottotitolo del volume di Turchi. Qui si può ancora pensare, andando alle terme, mangiando e bevendo bene. Infatti, apprezzata da papi e scrittori, questa valle, che nel Rinascimento ha ispirato i pittori della scuola senese, ha anche un volto pop-rock, a tratti hippie. Registi e cantanti, da Franco Zeffirelli a Bernardo Bertolucci, da Anthony Minghella, Russel Crowe fino al nostro Jovanotti,  l’hanno scelta come set naturale del loro lavoro.

A BAGNO VIGNONI, PICCOLA BATH AMATA DA ETRUSCHI, ROMANI E ARTISTI
C’è molta toscanità in questo pezzo di terra che sa di libertà, così tagliente, gioiosa, malinconica e frequentata da un turismo internazionale, soprattutto russo, francese e americano e da un viaggiatore riservato ed esigente. Siete pronti? Partiamo per un itinerario tra borghi che sembrano dipinti, nei quali connettersi con le persone è facile, parlando. Con il cellulare in tasca. Sorprendetevi a sorridere e a far fluire i pensieri: come punto di partenza scegliete Bagno Vignoni, oggi spopolato borgo medievale, tra rarefatte atmosfere da romanzi gialli, famoso centro termale dal lusso discreto. Gemello più piccolo di Bath, nell’Inghilterra del sud, questo paesino, all’apparenza tranquillo, ha una grande energia che ribolle dentro, quella dell’acqua della fonte a 1000 metri di profondità, nata da una cava di travertino, che purifica e rinvigorisce corpo e mente. Un dono scoperto dagli Etruschi e dai Romani, inclusi i pellegrini che qui si ritempravano. Bagno Vignoni, situato nel Parco Artistico Naturale della Val d’Orcia, si raggiunge percorrendo la Cassia, antica strada romana a un’ora da Siena e a due e mezza da Roma.

LA SORGENTE CHE VIVE NELLA PIAZZA
“Quando la Nazionale italiana di calcio vince i Mondiali allora sì che si può fare il bagno”, ci dicono. Saltato il turno del 2018, ci sarà molto da aspettare. Nel frattempo, godetevi, nella centrale Piazza delle Sorgenti, lo spettacolo regalato dalla vasca termale con temperature di 49°, la cui balneazione è appunto vietata, dal 1978. La struttura rettangolare del 1500 è chiusa su tre lati da mura di un metro e mezzo su cui affacciarsi. Intorno? Edifici, oggi adibiti a botteghe, negozi e ristoranti, realizzati dall’architetto-scultore Bernardo Rossellino in onore di Papa Pio II. Fermatevi sul loggiato che accolse oltre a Lorenzo de’ Medici anche Santa Caterina da Siena, a cui è dedicato un grazioso santuario. Fatevi avvolgere dal vapore che, specie nella stagione fredda, fuoriesce dalle acque benefiche e bollenti per via dell’escursione termica.

VAL D’ORCIA: DRITTE TRA LIBRERIE E BONTÀ 
Qualche indirizzo da non farsi sfuggire? Sul lato occidentale della magica piazza salite qualche scalino ed entrate nella fornita Librorcia di Simone Gallorini, che ha lasciato lo stressante mondo della moda per creare un salotto culturale di testi rari che riguardano il territorio. Sullo stesso lato, accanto alla Chiesa di S. Giovanni Battista, si trova Hortus Mirabilis: qui gli scalini li dovete scendere per entrare in un’erboristeria suggestiva, tra tisane, ampolle e cassettiere che racchiudono sfumature e profumi affascinanti. Per merende toscane e specialità come formaggi salumi, conserve, olio e vini fate sosta nella piazza del Moretto alla Bottega di Cacio, nata qui nel 1987 come spuntineria, unica fonte di ristoro di allora.

DORMIRE IN UNA DIMORA STORICA
Tra le possibili scelte di centri termali che si riforniscono di acqua calcarea potete pernottare all’Albergo Posta Marcucci, dimora chic zeppa di dettagli con 36 stanze e bar in stile retrò. Il quid in più? Due vasche tra i 28° e i 38° affacciate sulla valle sovrastata dalla Rocca d’Orcia. Un hotel con spa e un giardino recentemente restaurato, che tramanda l’arte dell’accoglienza familiare, grazie al gusto della passata proprietà, i Marcucci, e di quella nuova, i Costa, già alla guida dell’hotel La Perla, a Corvara, nelle Dolomiti. Un contesto in cui il tempo rallenta, ricordando i manifesti pubblicitari  a tema bagnanti in vacanza di dannunziana memoria, i quadri di Edward Hopper  fino alle illustrazioni contemporanee di Emiliano Ponzi. E alla sera? Di fronte all’albergo c’è il Barrino, dove ascoltare musica dal vivo (da qui sono passati anche Paolo Conte, David Gilmour, John Legend e Gianna Nannini) e magari bere un amaro toscano, come il Cenobium o lo Stilla fatti con le erbe dell’Amiata, affidandovi ai due giovani e bravi baristi Germana Perini e Mattia Marchini.

FINO A PIENZA, CITTÀ  IDEALE DEL RINASCIMENTO
Proprio nello spiazzo di fronte al Barrino c’è il Parco dei Mulini, nato per proteggere quel che resta dell’antico polo molitorio senese scavato nella roccia. Scendete nel percorso sotto le rovine per ammirare le piscine naturali, ex terme libere (la balneazione è vietata), grazie all’acqua che dalla Piazza delle Sorgenti viaggia fin qui diventando turchese, per effetto del bianco calcare che si deposita sul fondo. Prossima tappa, Pienza, “nata da un sogno d’amore ed un pensiero di bellezza”, come la definì Giovanni Pascoli. Gironzolate nel borgo medievale, che fino al 1462 si chiamava Corsignano, poi trasformato nel XV secolo in un gioiello del Rinascimento da Pio II. Il Papa, che qui nacque  nel 1405 come Enea Silvio Piccolomini, affidò poi il progetto della nuova città ideale e morale al già citato Rossellino. Cosa vedere? La Cattedrale dell’Assunta, incastonata nella piazza in modo scenografico, accanto al Palazzo Piccolomini.

BOTTEGHE ARTIGIANE E LA GROTTA DELLE CERAMICHE
Tra i vicoli dai nomi allegri che sbucano su piazzette e angoli armoniosi ci sono numerosi indirizzi di artigianato artistico, come Macramè di Clementina Brescianino, con complementi d’arredo e accessori. Da assaggiare il Pecorino di Pienza, sapore genuino da accompagnare a vini e salumi locali. Da scoprire? La deliziosa gelateria Buon Gusto di Nicola Sgarbi, cuoco di Carpi con esperienza all’estero che punta su gusti stagionali, semplici ma originali come cioccolato bianco e salvia, oltre che su creme da abbinare ai formaggi, come quella di fichi e rosmarino. Su via Gozzante, ripercorrendo il centro storico,  c’è poi il regno nascosto di Linda Bai, abile ceramista sorridente della scuola del maestro Piero Sbarluzzi. Il suo colorato laboratorio con forno e negozio è creato in una grotta scavata nel tufo risalente all’anno 1000, con tanto di passaggio segreto,  un pozzo medievale di 20  metri e un ex frantoio.

A SAN QUIRICO D’ORCIA, TRA GIARDINI, BIRRIFICI E CHIESE
Meno di dieci chilometri e da Pienza arrivate a San Quirico D’Orcia, altro borgo medievale sulla via Francigena, in cui dall’8 al 10 dicembre si svolge la tradizionale festa dell’olio. Potete addentrarvi salendo nel Giardino delle Rose, piccola area che vi conduce agli Horti Leonini, un parco pubblico, uno dei primi esempi di giardini all’italiana costruito nel 1540 da Diomede Leoni per tutti, viandanti compresi, e non per pochi, come invece era d’uso in età rinascimentale. Proseguite tra sentieri e lecci secolari per arrivare, sulla via della cinta muraria quattrocentesca, alla Porta Nuova, che apre su Piazza della Libertà con la chiesa di S.Francesco. Vi è venuta fame? Fate dietrofront e dirigetevi verso la Bottega di Porta Nuova: una tavola fredda, anzi un moderno alimentari che diventa spazio per concerti, mostre ed eventi, nato nell’estate del 2016, tra sedie in formica e foto storiche. Fate due chiacchiere con i titolari, Luigi e Roberta, due giovani “ganzi”, per dirla alla loro maniera, che hanno lasciato la città per creare un angolo di leccornie, selezionate tra i produttori del territorio, come il vicino birrificio Brasseria della Fonte.  Con lo stomaco pieno potete riguadagnare la strada verso la piazza che vi porta in breve all’imponente Collegiata dei Santi Quirico e Giulitta e proprio sul retro trovate Palazzo Chigi, nato per il Cardinale Flavio Chigi. Da qui tornate su via Dante Alighieri, sulla quale incontrate due indirizzi in cui fermarsi:  Intralci winebar, giovane enoteca con cucina nata del 2016 e il Birrificio artigianale San Quirico.  Un consiglio prima di ripartire? Entrate nella pieve romanica di Santa Maria Assunta, a ridosso degli Horti Leonini e di fronte allo Spedale della Scala, nato per l’ospitalità dei pellegrini: la vista di certi sguardi, ruvidi e possenti come la pietra, persi nel vuoto e affondati nei pensieri potrebbe essere il  migliore souvenir da riportare a casa.

LA ROCCA D’ORCIA
Se il weekend è quasi finito, tornate a Bagno Vignoni, riempitevi gli occhi guardando la Rocca di Tentenanno, detta anche Rocca d’Orcia, dove nel 1377 Santa Caterina passò per sanare gli attriti con i bellicosi Salimbeni e dove anni prima ricevette il dono della scrittura. Sotto? S’intravede Castiglione d’Orcia. E poi? Andate al Barrino e a meno che non sia lunedì, giorno di chiusura, salite al piano superiore e cercate un quadretto intitolato Vita da Barman. Finisce con una frase-citazione: “che sia l’infinito, finchè dura”, benché quello che c’è scritto in mezzo sia molto più bello. Ecco, non dimenticate di essere stati qui.

Articolo pubblicato su Dove - Corriere della Sera, dove trovate anche bellissime foto d'autore. Dateci un occhio!



Di Maria Teresa Melodia
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10 novembre 2017

Felice a Testaccio Milano, la cacio e pepe della storica trattoria romana alle Colonne di San Lorenzo

La data dell’apertura a Milano è il 14 novembre 2017, in via del Torchio 4, stradina tranquilla e defilata in zona Colonne di San Lorenzo, che tra l’altro conserva ancora molte tracce di romanità del passato (nel IV e V secolo d.C. Milano era la capitale dell’Impero Romano d’Occidente). Un’apertura figlia di “Felice a Testaccio", trattoria storica di Roma, datata 1936, nel quartiere Testaccio, appunto. I piatti forti nel menu che hanno conquistato anche americani e giapponesi? Carbonara e cacio e pepe, con i tonnarelli sapientemente mantecati al tavolo.



Ecco cosa si deve aspettare la clientela milanese, dalle parole di uno dei Trivelloni, famiglia che da quattro generazioni ha sempre gestito l’insegna romana, nata dal capostipite Guido come vecchia osteria, e resa celebre dal figlio Felice.

Le anticipazioni su Puntarella Rossa.



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09 novembre 2017

Marisa Passera, da Radio Deejay a Masterchef: “Ecco la mia panna cotta futurista”

Come un dessert può interpretare la personalità femminile? La buona scusa per parlarne è alla pasticceria milanese À la Folie (via Statuto, 16), il temporary shop dell’azienda Délifrance che resterà aperto fino al 30 novembre 2017 e dove dieci tipi di donna hanno ispirato i dolci da banco (da 2 a 4 euro) e i quadri esposti alle pareti. Giovedì 9 novembre, alle ore 18 tocca a Marisa Passera, vivace e ironica voce di Radio Deejay, ma soprattutto appassionata di cibo, tanto da partecipare alla prima edizione di Celebrity MasterChef Italia, aprire il food blog Sorelle Passera con la sorella Gigi e creare in radio il personaggio della zia Arizona, “supereroina che cucina come un drago”. 



Negli spazi di À la Folie, aiutata dal pasticciere Alessandro Servida, volto di La5 , Marisa è stata chiamata a preparare due tartellette ispirate a passionalità e futurismo. Ecco cosa ci ha raccontato sui suoi indirizzi milanesi preferiti (decisamente vintage), i giudici di MasterChef e il mondo dei foodblogger.

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05 novembre 2017

Brunch Milano 2017: 18 ristoranti da provare nel weekend

Brunch o pranzo della domenica, chiamatelo come volete. E’ il giorno della festa. Che siate in coppia, in famiglia, con amici o scompagnati, la parola d’ordine del weekend è relax. Ecco quindi la nostra selezione, per tutte le tasche e a zonzo per diversi quartieri di Milano. Fino ai confini della città, perché è qui che sono spesso i veri milanesi e i veri indirizzi da scoprire. Dalla nuova pasticceria all’hotel 5 stelle, dal bistrot appena nato fino ai classici in stile brit-americano e a una versione orientale molto ricercata.



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